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il CERRO TORRE – Parte Seconda: l’epica impresa di Cesare Maestri, o della “Massima provocazione nella storia dell’alpinismo”

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il CERRO TORRE – Parte Prima: una delle più belle e famose montagne della Patagonia e del mondo

…dicevamo: ‘il Grido di Pietra‘, la ‘montagna a forma di torre’, una delle imprese più difficili e mitiche per alpinisti di livello, è legata ad una vicenda epica con sfumature noir. Ve la racconto.

Dopo alcuni tentativi di poche speranze, nel 1958 il Cerro Torre fu attaccato per la prima volta in modo serio da due spedizioni italo-argentine, in competizione fra loro, la prima composta (fra gli altri) da Bruno Detassis e Cesare Maestri, e l’altra da Walter Bonatti e Carlo Mauri: tutti grandi scalatori delle Alpi e delle Dolomiti. Ma nessuno riuscì a salire in vetta.

L’anno successivo, Cesare Maestri, ormai stregato dal Torre, tornò in Patagonia, e nella sua squadra questa volta c’era Toni Egger, un italo-austriaco fortissimo su ghiaccio, mentre Maestri lo era sulla roccia pura.

La storia della loro ascensione è uno dei CAPITOLI PIU’ GRANDIOSI, ed anche PIU’ CONTROVERSI della STORIA DELL’ALPINISMO. Dopo una faticosa salita della prima parte della parete, in cui li aiutò il grande amico Cesarino Fava, un Trentino trapiantato in Argentina, Maestri ed Egger raggiunsero un settore della parete liscio e verticale, dove non era possibile piantare chiodi per la progressione e per l’assicurazione.

Solo la straordinaria bravura di Toni Egger gli permise di superarlo, salendo con cautela e molto coraggio con ramponi e piccozze su una lunga crosta di ghiaccio che rischiava di frantumarsi e farli cadere da un momento all’altro.

Il grosso era fatto e i due raggiunsero la vetta, sormontata dal ‘fungo di ghiaccio’ una protuberanza bianca alta una cinquantina di metri, ben visibile ad occhio nudo anche oggi: era il 31 Gennaio del 1959.

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Cerro Torre. Nel cerchietto: il Fungo di Ghiaccio, alto 50 metri

Ma durante la discesa, una valanga investì i due scalatori. Egger venne trascinato via ed il suo corpo fu ritrovato oltre 15 anni dopo. Cesarino Fava, che aspettava i due amici alla base della parete, ritrovò Maestri ferito ma vivo solo 6 giorni dopo l’avvio della scalata.

Maestri tornò in Italia e inizialmente la notizia della sua impresa creò grande clamore e complimenti. Ma l’ambiente dell’alpinismo è particolarmente soggetto a invidie e risentimenti, soprattutto in quegli anni in cui il nazionalismo era molto sentito, e poco per volta molti iniziarono ad accusare Maestri di non dire la verità, e di non essere mai arrivato in vetta al Cerro Torre. Quella montagna è impossibile, dicevano. E non ci sono prove della salita.

In effetti la macchina fotografica, che solitamente permette di confermare una scalata, dalla prospettiva delle immagini, era rimasta nello zaino di Egger. Nell’ultimo tratto di scalata non era stato possibile piantare chiodi, per cui non erano restati segni visibili. E naturalmente qualsiasi cosa potesse essere stata lasciata in vetta al Torre, sarebbe stata portata via dal vento in poche ore.

Altri alpinisti di grande livello tentarono di ripetere la via, ma senza successo, e soprattutto senza trovare traccia del passaggio di Maestri ed Egger.

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(archivio Corriere della Sera)

Fu così che nel 1969, dopo avere letto l’ennesimo articolo di un quotidiano che lo accusava di essere un bugiardo, Cesare Maestri ruppe la promessa fatta alla moglie, che gli aveva chiesto di non tornare mai più in Patagonia, e fece qualche cosa che nessuno aveva mai fatto: qualcuno la definisce ‘la massima provocazione nella storia dell’alpinismo‘.
Si fece fabbricare da una nota azienda milanese – che contribuì anche a finanziare la spedizione – un “piccolo” compressore, di “soli” 100 kg, che gli permettesse di piantare chiodi nella roccia viva con molta velocità, per superare quel tratto di parete che non presentava fessure.

Tornò in Patagonia con alcuni audaci amici, ed attaccò nuovamente il Cerro Torre. Impiegarono molte settimane per ultimare la via, salendo e scendendo per riposarsi e alimentarsi lungo le impressionanti e terribili pareti del Torre, e per un percorso diverso dalla prima salita.

Finalmente arrivarono in cima alla via di roccia. O quasi. Il brutto tempo impedì loro di salire anche il fungo di ghiaccio, ma Maestri considerò l’impresa conclusa, dichiarando che “non fa effettivamente parte della montagna”.

Non ancora liberato dalla rabbia per le accuse nei suoi confronti, scendendo lungo la parete spaccò a martellate i chiodi più alti fra quelli piantati con l’aiuto del compressore, dichiarando poi che chi avesse voluto ripetere la sua scalata doveva guadagnarsela come avevano fatto lui e i suoi compagni.

Vi confesso che nel mio cuore di insignificante ex-scalatore parteggio apertamente per Maestri. E’ sempre stato un grande, coraggioso e anticonformista. Che sia arrivato o no in vetta nel 1959, e che fosse etica o no la seconda salita del 1970, Cesare, che oggi ha 86 anni ed è ancora molto attivo nel settore dell’educazione di montagna, è degno di grande ammirazione e stima.

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Ma l’ambiente “sportivo” dell’arrampicata e le statistiche continuano ancora oggi a contestarlo, con sempre maggiore determinazione. Anche l’incontrastato numero Uno dell’alpinismo mondiale Reinhold Messner ha preso posizione netta contro di lui.

Perlomeno, il Cerro Torre è comunque italiano. La prima salita ‘indiscussa’ fu di Casimiro Ferrari e i suoi Ragni di Lecco, il 13 Gennaio del 1974. Ed i 4 salitori (Ferrari, Daniele Chiappa, Mario Conti e Pino Negri) hanno sempre dichiarato grande rispetto per Maestri.

Per rivivere questa grande storia, oggi si può agevolmente arrivare ai campi base del Cerro Torre, uno dei quali si chiama proprio Campo Maestri, scegliendo un viaggio in Patagonia che includa questa zona, o inserendola in un itinerario su misura.

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