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Sui fondali delle isole Egadi, a respirare la Storia

“Raffaè, vieni giù che al largo di Cala Minnola ci sono delle ancore litiche nuove. Cioè: hanno circa 2300 anni.”

Così parlò Ciccio.
Così sono andato.

Sicché non vi parlerò di mete esotiche, mante e squali.
Vi parlerò di Mar Mediterraneo, il Mare Nostrum.

Vi parlerò del parco archeologico subacqueo di Levanzo, la minore delle sicilianissime isole Egadi, una più bella dell’altra (non vi dico la mia classifica personale, offenderei qualcuno – i siciliani sono gente giustamente orgogliosa).

Qui, in una caletta, Cala Minnola, c’era un antichissima impresa alimentare, che produceva il ‘garum’, antesignano della colatura di alici (se non la conoscete, peggio per voi, ci si fanno grandi cose in cucina).

Il ‘garum’ era condimento che i Romani adoravano. E, in questo laboratorio alimentare di Levanzo, uno dei pochissimi del Mediterraneo, lavoravano presumibilmente le ‘minnole’ (menole, un piccolo pesce della famiglia dei Centracanthidae), nonché alici, sgombri, tonni e altro pesce azzurro che entrava nella cala, una tonnara naturale che facilitava la pesca. Il pesce veniva messo a macerare in vasconi di coccio ancora oggi visibili, e poi confezionati in anfore. Passeggiando nei pressi dei resti delle vasche si trovano ancora oggi molti cocci d’anfora (ndr: sono senza valore, ma, se capitate in zona, lasciateli dove sono).

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La fabbrica del ‘garum’ è andata avanti con la produzione per svariate centinaia di anni. Quante delle moderne imprese potranno dire altrettanto in futuro? Vedremo…

Ma torniamo all’archeosub. Inutile dire che in zona c’era un traffico navale bello intenso: il ‘garum’ era richiestissimo. E Cala Minnola è anche un bel ridosso in una zona militarmente strategica fin dai tempi dei Fenici. Di conseguenza ogni tanto le anfore cadevano in mare, oppure si rompevano e venivano gettate fuoribordo insieme ad altro pattume. Le ancore, poi, si incagliavano e venivano perse. E talvolta le navi affondavano. Anche perché in queste acque si è combattuta la battaglia delle Egadi, durante la prima guerra punica… Sicché sott’acqua c’è di tutto, dal punto di vista archeosub, anche intere navi sepolte nel fango.

Così, questa volta sono andato a vedere un’ancora litica di oltre 2000 anni, recentemente individuata dal responsabile del parco archeosub. È un’ancora costruita utilizzando tufo, lunga circa mezzo metro, forse romana, forse fenicia, boh, non si sa ancora. Io l’ho raggiunta in apnea, per essere tutt’uno con il mare; dal tuffo ho tratto un video, fatto alla buona con la mia GoPro;  ora ve lo propino.

Forse sarò un tipo facile alle suggestioni, ma io me lo immagino il marinaio di 2300 anni fa, magari fenicio, che impreca dopo aver scoperto che l’ancora non si muove. Chiama il comandante, questo ordina un po’ di manovre e infine decide a denti stretti di tagliare la cima e mollare l’ancora sul fondale. Ancora che se ne sta lì buona buona per secoli e secoli, resiste a correnti, mareggiate e organismi marini incrostanti fino ai nostri tempi, in compagnia di saraghi e sciarrani, sorvolata ogni tanto da qualche tonno e ricciola.

Ci vuole un po’ di immaginazione, certo. Ma non è difficile: qui alle Egadi si sente il respiro della Storia.
Anche sott’acqua.

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