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Il segreto delle bambole Daruma

C’è un oggetto che non può mancare in ogni negozio di souvenir del Giappone.

Allineati su uno scaffale, come tanti soldatini tondi e rossi, ci sono decine di piccole figure senza braccia né gambe; il viso sembra corrucciato, le sopracciglia sono foltissime e gli occhi sono completamente bianchi. Nessuna pupilla, nessuno sguardo. Solo un vuoto che comunque, in qualche modo, sembra fissarti.

Quelli sono i Daruma.

Un monaco che non voleva più cadere

Per capire il Daruma bisogna tornare indietro di quasi millecinquecento anni, fino a Bodhidharma, il monaco indiano considerato il fondatore del buddismo zen. La leggenda narra che meditò per nove anni consecutivi rivolto verso la parete di roccia, immobile, senza mai distogliere lo sguardo, finché le gambe  non gli si atrofizzarono. Una versione ancora più estrema del racconto vuole che, sorpreso da un colpo di sonno durante la meditazione, si sia tagliato le palpebre per punirsi e non cedere mai più al torpore.

Proprio da questa ostinazione leggendaria, quasi ossessiva, nasce la forma della bambola: tondeggiante, senza arti, capace di dondolare, ma non di cadere. Questo perché sotto la cartapesta dipinta di rosso, c’è un peso nascosto alla base, un piccolo cuore di piombo o gesso che, qualunque spinta riceva, riporta la bambola sempre dritta.

Un oggetto, che con il tempo è diventato anche un souvenir, ma che è nato come un manifesto di resilienza che i giapponesi avevano nelle loro case e nei luoghi di lavoro, perché come dice il proverbio: nanakorobi yaoki, “cadi sette volte, rialzati otto”.

La città dove nascono mille volti identici

L’origine delle bambole Daruma pare risalire alla fine del XVII ecolo, nel tempio Shorinzan Darumaji di Takasaki, una cittadina della prefettura di Gunma, poco più di un’ora a nord di Tokyo in treno. Non è un dettaglio geografico marginale: ancora oggi Takasaki produce oltre l’80% di tutte le bambole Darume distribuite in Giappone, quasi tutte realizzate a mano da artigiani che tramandano la tecnica di generazione in generazione.

Le bambole vengono create con una cartapesta speciale ottenuta dalla carta washi, un materiale robusto, ma allo stesso tempo delicatissimo, la cui lavorazione è considerata a tutti gli effetti una forma d’arte. Camminare per le botteghe di Takasaki significa osservare file di visi identici e leggermente diversi: stesse sopracciglia arcuate a forma di gru, stessa barba che richiama il guscio di una tartaruga, simboli entrambi di lunga vita, eppure ogni Daruma sembra guardarti (o meglio, non guardarti) in un modo leggermente suo.

L’occhio vuoto

Il cuore pulsante della tradizione, quello che trasforma un oggetto d’artigianato in un rito personale, sono gli occhi. Quando si acquista un Daruma, infatti, i suoi occhi sono completamente bianchi, senza pupille. Non è casuale: la tradizione vuole che sia il proprietario a disegnare con inchiostro nero il primo occhio nel momento in cui esprime un desiderio o si pone un obiettivo.

Da quell’istante comincia l’attesa. Il Daruma viene posato in un punto ben visibile della casa o dell’ufficio (spesso vicino ad altri oggetti importanti) a ricordare ogni giorno, con quel suo unico occhio spalancato, l’impegno preso. Solo e soltanto quando il desiderio si avvera, o l’obiettivo viene raggiunto, si può dipingere il secondo occhio, completando finalmente lo sguardo della bambola. Questo è il motivo per cui si tende a possedere un solo Daruma per volta.

E se il desiderio non si realizza? Qui la tradizione si fa malinconicamente poetica: alla fine dell’anno, tradizionalmente, il Daruma incompiuto viene riportato al tempio dove è stato acquistato per essere bruciato in un rituale chiamato dondoyaki, un fuoco purificatore che restituisce simbolicamente l’impegno preso, come per dire agli dei: “continuerò a cercare la mia strada da un’altra parte.”

Un mare di rosso invernale

Chi visita il Giappone in inverno, e ha la fortuna di trovarsi dalle parti di Tokyo, può assistere a uno spettacolo che vale da solo il viaggio fino a Gunma. Ogni anno a Takasaki si celeba il Daruma Doll Festival presso il tempio Darumadera, un evento che richiama oltre quattrocentomila visitatori in cerca del proprio Daruma nuovo di zecca, ancora cieco, pronto a ricevere un desiderio.

Bancarelle a perdita d’occhio, un tripudio di rosso acceso ovunque, l’odore di cibo di strada che si mescola all’incenso del tempio: è uno dei momenti in cui la spiritualità giapponese si fa più festosa e accessibile, lontana dal silenzio austero che si immagina di solito.

Per chi non riuscisse a coordinare le date, anche solo una passeggiata tra le vie di Takasaki fuori stagione regala scorci sorprendenti: insegne a forma di Daruma, murales, persino i tombini della città decorati con il suo volto tondo.

Perché portarne uno a casa

Non è raro, tornando da un viaggio in Giappone, ritrovarsi in valigia un piccolo Daruma comprato quasi per gioco in un konbini o in una bancarella di Asakusa. Ma il vero senso di questo oggetto si svela solo se, tornati a casa, gli si concede il rito per cui è nato: sceglierlo con calma, decidere davvero cosa desiderare o a cosa impegnarsi, e poi disegnare con cura quel primo, timido occhio nero.

Da quel momento, sulla mensola, qualcosa vi guarderà ogni mattina con un solo occhio aperto, aspettando pazientemente che tu faccia la tua parte, ed è forse questo, più di ogni leggenda su monaci e pareti di roccia, il motivo per cui il Daruma continua ad affascinare tanto: non promettere fortuna gratuita, promette solo di ricordarvi, ogni giorno, di rialzarvi.

 

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