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L’arte delle fermate dell’autobus in Moldavia

C’è un paradosso nel modo in cui funziona il turismo: le destinazioni più fotografate sono spesso quelle che deludono di più, mentre i posti che pochi sanno indicare con precisione su una mappa sorprendono e diventano ricordi che durano una vita.

La Moldavia fa sicuramente parte della seconda categoria e le sue fermate dell’autobus sono forse l’esempio più lampante di questo meccanismo.

Stiamo parlando di strutture costruite tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del Novecento, disseminate lungo le strade e le campagne di uno dei paesi piccoli e meno visitati d’Europa.
Alla vista sembrano semplici pensiline per chi aspettava il pullman, in realtà sono opere d’arte: sculture, mosaici e architetture fantastiche che sfidano ogni logica del regime che le aveva commissionate.

Dodecaedri di cemento armato. Ali di uccello. Onde pietrificate. Pannelli a mosaico che raccontano storie di contadini, di raccolti e di città in costruzione.

La libertà ai bordi delle strade

Per capire queste fermate, bisogna capire dove si trovano, nel senso politico del termine.

L’Unione Sovietica era un sistema ossessionato dall’uniformità: l’architettura delle città, i palazzi residenziali, le sedi del partito seguivano modelli standardizzati approvati da Mosca ; non c’era spazio per l’interpretazione individuale, per lo stile personale e per la deviazione creativa.

Le fermate dell’autobus, però, erano un’altra cosa. Si trattava di strutture periferiche, marginali, dei “non-luoghi” di scarso interesse per i pianificatori centrali, e in quello spazio di disattenzione ai bordi delle strade di campagna, si apriva qualcosa di inaspettato: una piccola libertà architettonica.

In un contesto dominato dal controllo del regime socialista, che ha spesso soffocato la creatività individuale, le fermate dell’autobus hanno avuto un ruolo talmente marginali da essersi ritagliate uno spazio di libertà espressiva. Sono colorate, eccentriche, particolari e alternano il cemento a vista ai mosaici, arrivando perfino alla riproduzione di torri medievali o di volatili giganti.

Come ha spiegato il fotografo tedesco Peter Ortner, che ha documentato cinquecento di queste strutture in sette anni di viaggi attraverso le ex repubbliche sovietiche, questo fenomeno “sottolinea l’autonomia delle repubbliche e va apparentemente contro il centralismo di Mosca. Sembra che qui si sia aperto un piccolo spazio libero per l’architettura, di fronte  a tutta la pianificazione centralistica”.

Il risultato è il patrimonio involontario: migliaia di strutture uniche, ognuna diversa dall’altra, sparse su un territorio vastissimo, e la Moldavia è uno dei luoghi dove questo fenomeno si è espresso con più forza.

Christopher Herwig e la scoperta che ha cambiato tutto

La storia moderna di queste opere inizia nel 2002, su una bicicletta, tra Londra e San Pietroburgo. Il fotografo canadese Christopher Herwig, sfidandosi a scattare una fotografia all’ora, cominciò a notare fermate dell’autobus dall’aspetto sorprendentemente originale lungo le strade altrimenti deserte.
Dodici anni dopo aveva percorso oltre 2.800 chilometri in 14 paesi dell’ex Unione Sovietica, viaggiando in auto, in bicicletta, in autobus e in taxi, per cacciare e documentare queste fermate.

“Le fermate degli autobus scompaiono così in fretta. Se tornassi tra un anno, potrebbero essere scomparse, demolite o ricostruite. Queste immagini potrebbero essere tutto ciò che rimarrà alla fine. Voglio dar loro una sorta di immortalità.“

Il lavoro di Herwig si è tradotto in due libri fotografici (pubblicati nel 2015 e nel 2017)  e un documentario nel 2022 che ha portato queste strutture all’attenzione internazionale. Tra le sue osservazioni più acute, una riguarda proprio la Moldavia: mentre in Ucraina dominano i rilievi in cemento colorato, in Moldavia è il mosaico il linguaggio prevalente. Un’arte antica, applicata a strutture modernissime locate in mezzo ai campi.

Il mosaico moldavo

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La tradizione del mosaico in Moldavia non nasce con il regime sovietico, benché questo l’abbia amplificato in modo straordinario. I mosaici erano il linguaggio ufficiale dell’arte pubblica: celebravano il lavoro, la collettività e l’agricoltura. E mentre sugli edifici istituzionali seguivano stilemi rigidi e retorici, sulle fermate dell’autobus diventavano qualcosa di più personale, più artigianale, spesso più bello.

Alla stazione degli autobus di Chișinău, nascosta oltre file di sedili sbiaditi e biglietterie consunte, c’è una parete coperta da un mosaico monumentale completato dall’artista Mikhail Burya nel 1974. Si chiama “La città fiorisce e si costruisce” e con frammenti rossi, gialli, bianchi e blu ritrae operai che saldano, cittadini nelle strade, grattacieli angolari e motivi floreali audaci.

Molti di questi capolavori sono invisibili ai moldavi stessi. Fanno parte dello sfondo quotidiano, come un quadro appeso da troppo tempo sullo stesso muro. Lo sguardo straniero, del viaggiatore, spesso li vede meglio di chi ci vive accanto da decenni.

Una mappa per spiriti liberi

Non esiste un itinerario ufficiale per le fermate dell’autobus sovietiche in Moldavia. Non ci sono cartelli, non ci sono biglietti, non ci sono orari di apertura. Le trovi guidando, fermandoti e guardandoti intorno.

Chișinău: il punto di partenza

La capitale è il luogo giusto per cominciare a capire il paese prima di avventurarsi nelle campagne. Il piazzale della stazione centrale degli autobus, affollato di taxi, minivan e venditori improvvisati, racconta più della Moldavia contemporanea di qualsiasi museo. Da qui partono autobus per Odessa, Kyiv, Bucarest, ma anche per piccoli villaggi che non compaiono su nessuna mappa turistica.

Le strade rurali verso sud: Cahul, Leova e Hincești

Lungo queste strade provinciali, la caccia alle fermate diventa una vera avventura. Nei borghi dimenticati della Bessarabia come Hincești e Leova si nascondono mosaici e manufatti dell’era sovietica in bella vista ma fuori da qualsiasi circuito turistico. Cahul, capoluogo del sud del paese, è un punto di sosta ideale: cittadina sonnolenta con una densità sorprendente di eredità sovietica.

La Transnistria: il paese che non esiste

Appena oltre il fiume Nistru, in quella striscia di terra che si chiama ufficialmente Repubblica Moldava Pridnestrovina e che il mondo non riconosce, il tempo si è fermato in modo ancora più radicale. Fuori dalla città di Tiraspol si trovano solamente villaggi rurali, campi, piccoli monumenti e vecchie fermate dell’autobus rivestite di mosaico. Lungo la strada tra Bender e le città di Grigoriopol e Dubăsari, le fermate sovietiche si alternano a mosaici e memoriali.

La Gagauzia: la repubblica autonoma turca e cristiana

Pochi sanno che nel sud della Moldavia esiste una regione autonoma abitata dai Gagauzi, popolo di origine turca e fede ortodossa. Attraversando i paesi bulgari e gagauzi verso Comrat e Congaz, le fermate dell’autobus sovietiche compaiono anche nei villaggi più rurali, parte di quel paesaggio archetipo moldavo fatto di case della cultura, croci votive ai bivi e pozzi decorati. È uno dei tratti più inattesi e più affascinanti di un paese già pieno di sorprese.

Un viaggio che non assomiglia a nessun altro

C’è una domanda che si fa chi non capisce ancora il fascino di questi viaggi: ma perché andare a vedere delle fermate dell’autobus? La risposta non sta nelle fermate.

Sta in quello che le fermate ti fanno fare, ossia rallentare, deviare, fermarsi e guardare. Chiederti chi ha costruito quella struttura, con cosa la pensava, se ci credeva o se stava semplicemente esprimendo qualcosa che non poteva dire altrove.

Come ha detto Herwig in una intervista, ciò che lo ha affascinato di più è stato “il fatto che siano state costruite proprio durante l’Unione Sovietica, perché fino a quel momento avevo l’impressione – piuttosto limitata – che tutto fosse standardizzato e privo di anima.“

La Moldavia è un paese che sfida le impressioni limitate. È il paese europeo meno visitato, eppure ha una delle cucine più genuine de continente, vini straordinari, paesaggi di campagna che sanno di altri tempi e un patrimonio sovietico che nessun altro conserva con questa densità e questa autenticità. Le fermate dell’autobus sono solo l’ingresso, il portale verso un posto che, una volta visto, è difficile smettere di pensare.

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