25 Mar Haedong Yonggungsa, il tempio sul mare di Busan che non dovrebbe esistere
Busan è una città che non sta ferma. Porto industriale, metropoli di cinque milioni di persone, grattacieli sul mare, cantieri navali che lavorano giorno e notte. È il posto meno probabile del mondo in cui aspettarsi un momento di silenzio interiore.
Eppure.
A circa trenta chilometri dal centro di Busan, lungo la costa nord-orientale, c’è uno dei luoghi più sorprendenti della Corea del Sud: Haedong Yonggungsa, un tempio buddista costruito direttamente sull’oceano.
Non vicino, ma proprio sull’oceano.
Con le fondamenta piantate nella roccia e le onde che si infrangono sotto i pavimenti di legno come se stessero bussando da secoli e non avessero ancora smesso.
La cosa che colpisce, quando lo si vede per la prima volta, non è la bellezza. È lo stupore nel pensare che qualcuno abbia creduto fosse una buona idea costruirlo proprio lì.
Il monaco e l’oceano
Nel 1376, un monaco di nome Naong Hwasang stava cercando un posto dove fondare un tempio. La tradizione coreana, in questi casi, indicava le montagne: lontane dal rumore, protette, spiritualmente elevate nel senso più letterale del termine.
Naong invece andò al mare.
Disse che il Bodhisattva Haedong gli era apparso in visione indicandogli quella scogliera. Può darsi. Oppure era semplicemente un uomo che trovava il suono delle onde più adatto alla meditazione di quello del vento tra gli alberi.
In fondo, entrambe le spiegazioni sono ragionevoli.
Il tempio fu distrutto dalle invasioni giapponesi nel XVI secolo, poi ricostruito e dimenticato per decenni. Solo nel Novecento, grazie al monaco Jeong Amb, Haedong Yonggungsa venne riportato alla vita, assumendo la forma che i visitatori vedono oggi.
Scendere verso Haedong Yonggungsa
La maggior parte dei templi in Corea del Sud si raggiungono salendo. Scalinate ripide, boschi di pini e il fiato corto come penitenza involontaria.
Haedong Yonggungsa funziona al contrario.
Si scende verso di lui, come se la cosa sacra stesse in basso, non in alto.
Il vialetto d’ingresso è fiancheggiato dalle dodici statue del calendario lunare coreano, tutte con espressioni vagamente sorprese, come se anche loro non si aspettassero di finire su una scogliera sul mare. Poi la scalinata piega, la vegetazione si apre e il tempio appare tutto insieme: rosso e oro sui grigi della roccia, con dietro il blu dell’oceano e sopra, quasi sempre, un cielo incredibile.
È uno di quei paesaggi che sembrano già una fotografia prima ancora di scattarla.
Il problema è che lo sanno tutti.
Quando visitare il tempio sul mare di Busan
Negli ultimi anni, Haedong Yonggungsa è diventato uno dei templi più fotografati della Corea del Sud. Nei fine settimana estivi, la scalinata d’ingresso può essere così affollata da sembrare la fila per una giostra.
La soluzione è semplice: arrivare all’alba.
Il tempio apre con il sorgere del sole e nelle prime ore del mattino appartiene ancora ai fedeli, la luce radente sulle pagode vale la sveglia presto e il silenzio relativo vale il doppio.
La sorgente nascosta
Sul lato sinistro del complesso c’è una grotta che pochi visitatori trovano subito. Bisogna scendere ancora, tra le rocce, seguendo un sentiero stretto che costeggia il mare.
Dentro la grotta c’è una sorgente.
Acqua dolce che sgorga dalla roccia a pochi metri dall’oceano, separata dal mare da una barriera di pietra sottile che resiste da secoli.
La tradizione dice che berla esaudisce un desiderio.
Davanti alla sorgente c’è una donna con una bottiglia di plastica vuota. La sta riempiendo lentamente, con la cura di chi sta facendo qualcosa di importante. Non guarda il mare e né il Buddha. Guarda l’acqua che sale… Non si sa che cosa stia chiedendo, ma è evidente che è convinta che qualcuno stia ascoltando.
Come arrivare a Haedong Yonggungsa
Il tempio si trova nella parte nord-orientale di Busan, nella zona di Gijang.
Si può raggiungere in autobus, in taxi, che forse è la soluzione più semplice, ma anche la più costosa, oppure combinando metro e bus.
La visita è gratuita e il tempio è aperto tutto l’anno, con orari che seguono l’alba e il tramonto.
Quello che rimane
Uscendo dal tempio, risalendo la scalinata verso la città, c’è quasi sempre un momento in cui ci si volta.
Si vede il complesso dall’alto, i tetti curvi sopra la roccia, il mare che continua a fare quello che fa da sempre senza preoccuparsi del tempio, dei visitatori o di qualsiasi altra cosa.
E viene da pensare che Naong Hwasang, nel 1376, avesse capito qualcosa che la maggior parte delle architetture sacre cerca di evitare: che costruire un tempio in un posto protetto è una scelta rassicurante, ma costruirlo sul bordo di qualcosa di immenso e indifferente – qualcosa che esisteva prima e continuerà dopo – è un gesto completamente diverso.
È meno confortevole, ma anche, in un certo senso, più onesto.