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Wat Rong Khun: il tempio che un uomo solo ha costruito per sconfiggere la morte

Ci sono templi che raccontano Dèi che li hanno preceduti, il Wat Rong Khun, un tempio che sembra uscito direttamente da un sogno febbrile, dove centinaia di mani scarne si protendono dal terreno come se stessero cercando di aggrapparsi alla vita, dove un ponte deve essere attraversato con un solo pensiero in testa, quello di abbandonare ogni desiderio, pena il rischio, leggenda narra, di essere trascinati giù per l’eternità.
Il tempio non è antico e non ha mille anni di storia alle spalle, ma racconta comunque una storia, quella di un uomo che ha deciso di sfidare la morte costruendo qualcosa di eterno.

Benvenuti al Tempio Bianco di Chiang Rai, in Thailandia, il capolavoro incompiuto (e volutamente tale) di Chalermchai Kositpipat.

Un villaggio, un ragazzo e un tempio in rovina

La storia comincia molto prima del 1997, anno in cui il mondo ha scoperto il Wat Rong Khun così come lo conosciamo oggi.
Bisogna tornare a un piccolo villaggio chiamato proprio Rong Khun, nella provincia settentrionale di Chiang Rai, dove nel 1955 nasce Chalermchai Kositpipat. Cresce tra i campi e le prime lezioni in una scuola elementare a pochi passi dal tempio locale, un luogo modesto, costruito dagli abitanti del villaggio negli anni Sessanta, che con il tempo cade lentamente in rovina, dimenticato, senza fondi per essere restaurato.

Il giovane Chalermchai, però, non dimentica affatto quel luogo. Lascia il villaggio per studiare arte a Bangkok, alla prestigiosa Poh Chang Academy e poi alla Silpakorn University, ottiene borse di studio che lo portano fino in Sri Lanka, Germania e Inghilterra. Tra il 1984 e il 1988 gli viene affidato un incarico che pochissimi artisti thailandesi possono vantare: dipingere i murales del primo tempio buddista tradizionale mai costruito nel Regno Unito, il Wat Buddhapadipa di Wimbledon, a Londra.
Chalermchai diventa, di fatto, uno degli artisti più rispettati del suo paese.

Il tempio del suo villaggio intanto, quello accanto a cui aveva imparato a leggere e scrivere da bambino, resta lì, in stato di abbandono.

A un certo punto, Chalermchai decide di tornare a casa per salvarlo, non con un restauro qualunque, ma con qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che la Thailandia avesse mai visto.

Un dono dell’artista

Uno dei dettagli che distingue il Wat Rong Khun da qualunque altra grande attrazione turistica del pianeta è che Chalermchai ha finanziato l’intera ricostruzione con il proprio denaro, guadagnato vendendo i suoi dipinti. Non un progetto governativo, non una raccolta fondi, non uno sponsor. Un artista che decide di reinvestire ogni singolo baht della propria carriera in un dono votivo al Buddha e nella speranza di ottenere attraverso quest’opera una forma di vita eterna (come lui stesso ha dichiarato).

Il tempio riapre al pubblico nel 1997 ed è subito chiaro che non si tratta di un edificio religioso qualunque. La struttura di base è un semplice telaio di cemento armato con un tetto in legno, ma a distanza sembra scolpita nella porcellana più fine, quasi traslucida. Il segreto è tutto in superficie: un intonaco bianco candido mescolato a minuscoli frammenti di specchio, applicati uno per uno, che catturano la luce del sole thailandese e la rimandano indietro in migliaia di scintillii. Il bianco anche non è una scelta estetica casuale. Nella visione di Chalermchai, infatti, rappresenta la purezza assoluta del Buddha, e il desiderio che l’intero complesso possa riflettere all’esterno, letteralmente, gli insegnamenti buddisti.

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Il ponte da non attraversare con leggerezza

Avvicinandosi all’ingresso principale che il Wat Rong Khun rivela il suo volto più memorabile e, in un certo senso, inquietante.

Prima di raggiungere l’edificio sacro, i visitatori devono attraversare un piccolo ponte sospeso su quello che Chalermchai ha voluto rappresentare come il ciclo delle rinascite.
Sotto quel ponte, centinaia di mani scolpite emergono dalla terra, protese verso l’alto, alcune urlanti, altre sembrano rassegnate, una foresta di arti umani che sembrano implorare aiuto per sfuggire alla sofferenza. Rappresentano il desiderio incontrollato, l’avidità, le tentazioni terrene da cui, secondo l’insegnamento buddista, ogni essere umano deve liberarsi prima di poter accedere a un livello superiore di consapevolezza.
L’immagine spiazza chiunque arrivi aspettandosi la consueta serenità dorata dei templi thailandesi. Da un lato, ammettono in molti, sembra davvero uscita da un film horror. Dall’altro, è impossibile non restarne profondamente colpiti: è arte concettuale travestita da architettura sacra, un memento mori scolpito nel gesso bianco che parla direttamente all’inconscio di chi lo attraversa, prima ancora che possa mettere piede nel tempio vero e proprio.

Un opera che nasce per non finire mai

C’è un ultimo aspetto di questa storia che la rende ancora più affascinante ed è forse quello più difficile da comprendere per una mentalità occidentale abituata a pensare ogni grande opera come un progetto con una data di consegna. Il Wat Rong Khun, fin dal principio, non è mai stato concepito per essere completato in fretta. Chalermchai ha sempre immaginato un complesso finale di nove edifici, e i lavori, che sono ancora oggi in corso, sono ufficialmente pianificati fino al 2070, ben oltre la vita naturale del suo stesso creatore.

Lui stesso, del resto, lo ha dichiarato senza mezzi termini: solo la morte potrà fermare il suo sogno, ma non fermerà mai il progetto in sé, perché ha già affidato ad altri artisti e sostenitori il compito di proseguire l’opera dopo di lui, un concetto quasi rivoluzionario applicato all’arte sacra. Si tratta quindi di un tempio che si accetta esplicitamente come lavoro in corso, generazione dopo generazione, proprio come le grandi cattedrali gotiche d’Europa che i loro architetti originari sapevano di non poter mai vedere completate.

Il destino, va detto, ha messo alla prova questa visione più di una volta. Nel maggio del 2014 un violento terremoto colpì la Thailandia del nord, danneggiando seriamente le strutture del tempio. Per un momento sembrò che l’intero complesso potesse restare chiuso indefinitamente. Alla fine i danni vennero riparati, il Wat Rong Khun riaprì, e negli anni successivi divenne una delle mete più ambite in assoluto per i visitatori provenienti da tutta l’Asia, prima di affrontare, come ogni luogo turistico al mondo, la lunga pausa forzata della pandemia.

Molto di più di una bella fotografia

Oggi il Wat Rong Khun è probabilmente l’immagine più condivisa sui social di tutta la Thailandia settentrionale, il classico scatto perfetto da aggiungere a qualsiasi itinerario che tocchi Chiang Rai. Ridurlo però a un semplice sfondo fotografico significa perdersi il punto più profondo di questa storia: è l’opera di una vita, il tentativo concreto e testardo di un solo essere umano di trasformare l’insegnamento del Buddha in qualcosa che si può toccare, attraversare e sentire addosso, dalle mani che si protendono dal terreno fino ai riflessi accecanti che rimbalzano da ogni singola tessera di specchio incastonata nel bianco.

Chi arriva al Wat Rong Khun aspettandosi un tempio come tutti gli altri, ne esce quasi sempre con una domanda diversa in testa: cosa significherebbe, davvero, dedicare l’intera propria esistenza a costruire qualcosa che sai già di non poter veder finito?

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